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Verso Industria 6.0: un paradigma di sviluppo improntato alla capacità generativa per un futuro governabile

Come stanno evolvendo modelli organizzativi, tecnologie e governance nel post Industry 5.0 secondo Oliviero Casale

Di Marco Catalani
17/02/2026
in Notizie
0
Industry 6.0

Evoluzione delle rivoluzioni industriali fino ad Industry 6.0

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Siamo nel vivo del modello Industria 5.0 ma qualcuno già sta guardando a cosa succederà dopo il superamento di questo paradigma di sviluppo industriale e sociale.

Abbiamo intervistato Oliviero Casale, Innovation Manager e Mentor Industry6.0, che ha pubblicato per AICQ Emilia Romagna Marche un suo punto di vista su come sarà il prossimo modello di sviluppo industriale, che ha già definito come “Industry 6.0”. Si tratta di un contributo al confronto in corso su come stanno evolvendo modelli organizzativi, tecnologie e governance nell’era post Industry 5.0.

Secondo Oliviero Casale, Industry 6.0 non è un semplice ulteriore salto di automazione, ma una soglia di maturità dei sistemi socio-tecnici. Richiede di ripensare il rapporto tra capacità generativa, agency distribuita e responsabilità, integrando in modo coerente dimensioni tecnologiche, umane e istituzionali.

In questo scenario, la qualità della governance diventa il vero fattore abilitante. Non solo per gestire rischi e conformità, ma per orientare intenzionalmente l’innovazione verso valore pubblico, sostenibilità e benessere organizzativo.

Intervista a Oliviero Casale: “Industry 6.0 è la capacità di generare futuro”

 

In questa intervista hanno interloquito Marco Catalani, Innovation Manager, consulente aziendale e giornalista pubblicista, che ha posto una serie di quesiti ad Oliviero Casale, Mentore del nuovo modello Industry 6.0. Di seguito è stata trascritto il contenuto dell’interessante intervista che ha realizzato Marco Catalani con le sue Domande (D) e le relative risposte (R) fornite da Oliviero Casale, con la sua visione del futuro che ci attende.

D: Oliviero, nel tuo manifesto parli di Industry 6.0 come di un passaggio di fase. Non un’evoluzione incrementale, ma un cambio di principio guida. Da dove nasce questa visione?

R: Nasce da un percorso che si è chiarito ulteriormente dopo la stesura dei miei due ultimi libri, “Paradigma 5.0” e “Spazio, Cyberspazio e Infrastrutture Critiche”. In questi lavori ho messo a fuoco che la trasformazione contemporanea non può essere governata soltanto attraverso la produttività intesa come metrica guida, perché in sistemi complessi l’efficienza non garantisce né continuità né legittimazione delle scelte nel lungo periodo. Il “Manifesto Industry 6.0” prosegue quel ragionamento e ne esplicita la soglia. Il principio guida si sposta verso la capacità generativa, intesa come capacità di produrre futuri praticabili, preservare opzioni e mantenere continuità di valore nel tempo entro vincoli dichiarati di tutela. È un cambio di grammatica del governo industriale, che rende esplicita la domanda sul futuro che stiamo costruendo.

D: Quindi Industry 6.0 non è una fabbrica più automatizzata?

R: Esatto. Non è un upgrade tecnologico in continuità lineare. È una trasformazione del rapporto tra tecnologia, organizzazione e società. Le fabbriche possono diventare sistemi capaci di apprendere, riconfigurarsi e rigenerare possibilità, ma questo avviene dentro vincoli progettuali e di governo espliciti. La posta in gioco non è solo la performance, è la continuità del valore nel lungo periodo e la stabilità delle condizioni che rendono quel valore legittimo. Per questo cambia anche il modo in cui si progettano processi, catene di fornitura e responsabilità, e cambia il lessico con cui si misura ciò che conta.

D: Uno dei punti più forti del manifesto è il ruolo del gemello digitale. Perché lo consideri un’infrastruttura di governo?

R: Perché collega osservazione, simulazione e azione. Non è un modello statico, è la controparte informativa del sistema reale e rende governabili i trade-off. Permette di testare alternative, rendere visibili vincoli e dipendenze, ridurre i costi di riconfigurazione e aumentare la velocità decisionale senza perdere controllo. In contesti complessi il gemello digitale diventa un dispositivo che rende possibile decidere in modo tracciabile e responsabile, anche quando le scelte vanno prese con tempi stretti e impatti elevati. È, di fatto, un modo per governare l’incertezza senza trasformarla in improvvisazione.

D: Parli anche di autonomia distribuita e di architetture ad agenti. È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale?

R: Sì, e diventa ancora più centrale perché in Industry 6.0 entra in gioco in modo preponderante l’intelligenza artificiale generativa, non come semplice strumento di automazione, ma come acceleratore di progettazione, orchestrazione e riconfigurazione. Detto questo, va fatta una precisazione. L’autonomia non è il punto di partenza, è uno dei fattori abilitanti. Diventa rilevante quando è progettata dentro regole, vincoli e responsabilità esplicite e quando opera per scopi definiti e verificabili. Gli agenti, software o robotici, svolgono compiti specializzati e cooperano in configurazioni orchestrate. La generative AI accelera progettazione, analisi e coordinamento, ma deve restare subordinata a finalità e limiti definiti dall’uomo, altrimenti aumenta la velocità senza aumentare la qualità del governo e senza aumentare la leggibilità delle decisioni.

D: E infatti dedichi un intero punto alla governance umana…

R: Assolutamente. La centralità umana non significa premere pulsanti, significa definire finalità, soglie di rischio, criteri di accettabilità e responsabilità. Senza governance umana l’autonomia tende a diventare opaca e la velocità tende a produrre fragilità. Questo vale ancora di più quando l’autonomia è incarnata in sistemi fisici, come robot e macchine intelligenti, che hanno conseguenze materiali immediate. Governare, qui, significa anche garantire trasparenza delle scelte e continuità di fiducia, oltre a preservare la capacità di intervenire quando le condizioni cambiano.

D: Nel manifesto ritorna anche una tua traiettoria di lavoro di lungo periodo sul Bene Comune. Perché lo consideri un elemento fondante per Industry 6.0 e perché stai insistendo perché diventi riconoscibile anche nella normazione tecnica?

R: Perché Industry 6.0 non può essere governata solo con metriche interne di performance, né può essere lasciata alla somma di ottimizzazioni locali. Se aumenta la capacità tecnica di trasformare il mondo, deve aumentare anche la responsabilità di esplicitare il criterio di orientamento. Il Bene Comune è quel criterio, non come richiamo generico, ma come funzione di governo che definisce ciò che deve essere tutelato e preservato come condizione di futuro praticabile. La normazione tecnica è decisiva perché può rendere questo orientamento condivisibile, verificabile e operabile. In altre parole, può trasformare un principio in un riferimento concreto per progettazione, decisione e responsabilità, rendendo confrontabili scelte che altrimenti resterebbero implicite.

D: Un altro pilastro è la sostenibilità, che però tu non tratti come un tema separato…

R: Perché non lo è. La sostenibilità è un vincolo strutturale di progetto. Non si aggiunge a valle, orienta scelte tecnologiche, metriche di performance e supply chain. Si traduce operativamente nella circolarità come disciplina, progettare per il disassemblaggio, tracciare materiali, ridurre dipendenze critiche e rendere misurabili le conseguenze lungo il ciclo di vita. È un modo di progettare la continuità, non un’etichetta da applicare a posteriori, e impone coerenza tra obiettivi, dati e scelte operative.

D: Poi c’è l’idea di antifragilità. Non basta essere resilienti?

R: La resilienza è sicuramente importante, ma servono capacità antifragili. Significa non solo preservare continuità, ma migliorare sotto stress trasformando variabilità e pressioni in avanzamento di prestazioni e di governo. Per farlo serve ambidestria, cioè gestire opportunità e rischi come un unicum, e serve capacità anticipativa, quindi leggere segnali deboli, costruire scenari e preparare opzioni prima che gli shock diventino crisi. Operativamente richiede modularità, interoperabilità, qualità del dato, standard aperti, capacità di riconfigurazione e responsabilità diffuse ma coordinate. È qui che un sistema industriale passa da reattivo a generativo, perché non si limita a resistere ma sa evolvere mentre cambia il contesto.

D: E infine, forse il punto più visionario, il continuum Terra–orbita.

R: Lo spazio non è più un dominio separato. È un’estensione infrastrutturale della vita sulla Terra, comunicazioni, sincronizzazione, osservazione, continuità operativa e resilienza. Ma la responsabilità resta terrestre, perché le ricadute dell’economia dello spazio incidono sul Pianeta Terra. Per questo serve una governance che renda il continuum Terra–orbita un commons strategico, interoperabile e legittimato. Anche qui la parola chiave è continuità, tecnica e istituzionale, perché senza regole condivise cresce la dipendenza e diminuisce la capacità di governo.

D: Oliviero secondo te quali saranno le figure professionali in grado di indirizzare questo passaggio?

R: Serviranno certamente nuove figure professionali, perché Industry 6.0 porta con sé architetture più complesse e nuove forme di responsabilità. Penso, ad esempio, a un AI Governance Lead capace di tradurre finalità e limiti in regole operative per sistemi autonomi, a un Digital Twin Architect che renda governabili simulazione e decisione, a un Circularity and Sustainability Systems Specialist che trasformi la sostenibilità in vincoli progettuali verificabili, e a un AI Safety and Risk Lead che integri sicurezza e rischio lungo l’intero ciclo di vita. Detto questo, il passaggio non può essere affidato alla somma di specialismi separati, né a una narrativa esclusivamente tecnicista. Serve una capacità di integrazione che io sintetizzo nell’idea di Mentor per Industry 6.0, una figura di accompagnamento e indirizzo con visione olistica, capace di tenere insieme aspetti interconnessi tecnologici, organizzativi, sociali, ambientali, etici e istituzionali senza gerarchie. Rende espliciti vincoli e trade-off, fa dialogare competenze diverse e custodisce l’orientamento della capacità generativa. In questo spazio potranno entrare in gioco anche gli Innovation Manager certificati in Italia secondo la norma UNI 11814, a condizione che sappiano essere pronti con formazione e competenze su system thinking, architetture agentiche, sostenibilità, governance e normazione tecnica, oltre che su agilità, resilienza e flessibilità intese in modo evolutivo, cioè come capacità antifragili, perché la sfida non è una singola disciplina, è l’integrazione responsabile delle interdipendenze.

D: In sintesi, Industry 6.0 possiamo dire che è una sorta di coprogettazione del futuro.

R: Sì, a condizione di intenderla nel senso forte e come tesi di governo. Industry 6.0 è la capacità di generare futuro, quindi di costruire sistemi che producono possibilità, preservano opzioni e mantengono continuità di valore nel tempo lungo ecosistemi sociotecnici interdipendenti e non solo entro i confini della singola fabbrica. Questa capacità va orientata al bene comune, inteso come criterio di legittimazione e vincolo di tutela che rende esplicita la scelta di cosa ottimizzare e cosa invece preservare, e va resa robusta attraverso capacità antifragili. La stabilità nel lungo periodo non si ottiene evitando lo stress, ma trasformandolo in apprendimento e miglioramento, con responsabilità diffuse ma coordinate. In definitiva, il criterio è lasciare alle generazioni future più opzioni e non meno, e farlo con tecnologie potenti governate da responsabilità altrettanto mature.

Staremo a vedere cosa ci riserva il futuro e ci auguriamo che questo possa essere co-progettato con le parti interessate come auspica anche Oliviero con il suo contributo, per cui lo ringraziamo.

Tags: #industry5.0#industry6.0#mentor6.0#olivierocasale
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